Claudia PecchioliScritto da:

Sharing economy, la sfida del nostro tempo

Cosa lega le proteste dei tassisti romani, lo studente che affitta il proprio divano-letto e il pendolare che mette a disposizione un posto in macchina nei suoi lunghi viaggi di lavoro? Semplice: it’s the sharing economy!

Molti oggetti che si trovano nelle nostre case sono sottoutilizzati. Pensiamo ad esempio ad un trapano: costruito per funzionare per 500 ore, viene utilizzato in media 15 minuti nell’arco di vent’anni. Se mettiamo quel trapano a disposizione del nostro vicino di casa e lui in cambio ci permette di usare la sua sega elettrica, ne traiamo entrambi vantaggio: ognuno di noi potrà fare riparazioni domestiche e risparmierà sull’acquisto di un bene.  E potremmo continuare, estendendo questo principio anche ad altri beni come case o auto.

Questa è l’essenza della sharing economy: si passa dall’idea di possedere un bene a quella di poter usare quel bene.

Dare un’unica definizione di economia collaborativa è molto difficile, vista la grande varietà dei settori in cui si esplica: viaggi, car-sharing, alloggi, finanza, lavoro. Sicuramente possiamo individuarne i soggetti principali: La persona, professionista o non professionista, che affitta una stanza della sua casa su Airbnb o mette a disposizione un posto nella sua auto con BlaBlaCar; un consumatore, ovvero colui che utilizza la stanza o risponde all’offerta del posto in auto; una piattaforma digitale, attraverso cui questi due soggetti si scambiano rapidamente le informazioni. L’altro elemento fondamentale della sharing economy sono la collaborazione, la fiducia e la relazione che si esprimono normalmente – ma non solo – in un rapporto tra pari.

La sharing economy, che adesso rappresenta solo una modesta percentuale del PIL mondiale, ha un enorme potenziale di sviluppo: si stima che passerà dai 13 ai 570 miliardi di dollari nel 2025. In Italia si prevede una crescita dai 3,5 ai 25 miliardi di euro nel 2025.

Nel sondaggio commissionato dalle Istituzioni Europee nel settembre 2015 i cittadini-consumatori mostrano di apprezzare le opportunità della sharing poiché possono beneficiare di una maggiore trasparenza, una più ampia possibilità di scelta, servizi su misura e pressi più bassi. Questo soprattutto grazie ai rating, ovvero le valutazioni e le recensioni lasciate dagli utenti che hanno già usufruito di quel servizio in precedenza.

Inoltre la sharing economy permette un utilizzo più efficiente delle materie prime e quindi tutela l’ambiente. Ad esempio Blablacar stima che grazie al suo servizio, nel 2015, in Italia sono state trasportate circa 2,8 persone per auto (contro una media nazionale di 1,4), e nel mondo si sono risparmiate circa 500mila tonnellate di CO2, pari a 400mila aerei in volo tra Parigi e New York. In più, ogni auto immessa nel circuito del car sharing elimina la necessità di ben 15 autovetture private.

A fronte di questi aspetti positivi, ve ne sono alcuni negativi. L’economia collaborativa ha un profondo impatto sui modelli di economia tradizionale, soprattutto perché incide su settori che sono fortemente regolati (si pensi alle proteste dei tassisti contro Uber o degli albergatori contro Airbnb) e rischia di generare forme di concorrenza sleale ed evasione fiscale. Inoltre devono essere valutati gli effetti che la sharing economy ha sui diritti dei consumatori e su quelli dei lavoratori, i cosiddetti gig workers, che si prestano ad essere inquadrati nelle categorie tradizionali di lavoro autonomo e subordinato.

La sharing economy ha sollevato un ampio dibattito nella società, divisa tra chi vi vede un’opportunità e chi invece porta avanti una strenua opposizione. Anche le pronunce dei giudici sul tema hanno visto alternarsi prese di posizione favorevoli e dichiarazioni di illegittimità.

A Bruxelles si guarda all’economia collaborativa con favore. La Commissione Europea, nella Comunicazione del giugno 2016, ha sottolineato che la sharing economy crea opportunità per consumatori, imprenditori e lavoratori e dà un contributo importante per la crescita economica e l’uso più efficiente delle risorse. Tuttavia vi sono incertezze relative alle norme applicabili per garantire la tutela degli interessi pubblici e anche il rischio che gli Stati membri finiscano per creare normative diverse mettendo a repentaglio il mercato unico europeo. Anche il Parlamento Europeo si sta occupando della sharing economy. È in calendario per il maggio 2017 l’approvazione in Plenaria di una Relazione di iniziativa di cui è relatore il deputato europeo Nicola Danti. Tale documento condivide gli orientamenti della Commissione Europea ma ritiene necessario un ulteriore sforzo nel definire la distinzione tra prestatori di servizi professionali e non e le responsabilità e gli obblighi delle piattaforme.

Anche il legislatore nazionale, in particolare l’intergruppo Innovazione composto da 95 parlamentari italiani, ha presentato un disegno di legge che accoglie i dubbi e le opportunità della sharing economy, cercando di muoversi con la massima cautela tra le esigenze degli operatori del settore e le tradizionali associazioni di categoria.

Il legislatore, sia nazionale che europeo, ha preso coscienza che non è più possibile rimandare l’intervento legislativo in campo di sharing economy. Tuttavia si deve evitare anche il rischio opposto, ovvero di ingabbiare con una normativa troppo stretta un fenomeno che non ha ancora esplicato totalmente i suoi effetti. La strada deve essere quella di offrire un quadro dinamico e leggero di principi generali che permettano di essere modificati in base alle verifiche sul campo e che lascino spazio anche all’intervento legislativo regionale e comunale.

La sfida è senza dubbio di ampia portata. Resta il fatto che una politica pienamente inserita nei problemi del nostro tempo non può girarsi dall’altra parte e, anzi, deve saper rispondere ai mutamenti portati dalla rivoluzione tecnologica in atto per potersi dire credibile ed efficace. È, se si vuole, una questione che riguarda innanzitutto la capacità di risposta delle istituzioni contemporanee.