Francesco PignottiScritto da:

Immaginare la democrazia del futuro

Pesa ancora il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre, e molto. Pesa non solo, e non tanto, per via del respingimento di quella che rappresentava una buona ed equilibrata proposta di riforma costituzionale quanto, piuttosto, per la maniera in cui quella riforma è stata respinta: per mezzo di un’ondata popolare di scontento e di insoddisfazione che si è rovesciata addosso a quella proposta e dunque, nella testa di molti, addosso al governo e al sistema.

Ora, le ragioni profonde che sottendono a quella ondata sono da ricercare su numerosi piani che vanno dalla ineluttabile perdita di consenso che un governo riformatore in carica da oltre due anni e mezzo sconta nei confronti dell’elettorato, all’impatto su certe fasce sociali del cosiddetto fenomeno del “ripiegamento della globalizzazione”, al ruolo nuovo della rete e dei social network nelle campagne elettorali, e via elencando.

Molto è stato detto su tutto questo. Ma a me il punto sembra essere, al fondo, quello relativo al futuro delle democrazie occidentali per come le abbiamo conosciute fino ad oggi. Questa è la reale posta in gioco; questo è il segnale più profondo che i risultati di Brexit, elezioni statunitensi e referendum costituzionale ci consegnano, in attesa dei prossimi appuntamenti elettorali in Olanda, Francia e Germania. Le democrazie occidentali sono nate, si sono sviluppate e si sono evolute in un contesto mutevole nel tempo ma che tuttavia ha sempre presupposto Stati-nazione, mezzi di comunicazione prevalentemente top-down, corpi intermedi solidi. Da qualche tempo viviamo invece in un contesto fatto di globalizzazione, primato tecnologico, interconnessione e disintermediazione. Oggigiorno qualsiasi fenomeno avvenga nelle nostre società si declina – e diventa reale – attraverso queste quattro chiavi di lettura.

E’ perciò che in questo nuovo panorama è necessario, per una liberaldemocrazia che voglia continuare a sopravvivere e a modellare il futuro delle nostre società, trovare forme nuove. Ho riflettuto molto nelle ultime settimane su questa frase che mi è capitato di leggere in un articolo di Francesco Grillo sul Corriere della Sera del 18 dicembre 2016:

“Ed è allora forse il tempo di cominciare a riflettere sulle forme della democrazia del futuro, non fosse altro perché saranno i giovani ad abitarlo.”

E’ vero, ha ragione Francesco Grillo, è tempo di cominciare a riflettere sulle forme della democrazia del futuro, perché nel frattempo il contesto in cui le democrazie occidentali si trovano ad operare ha subìto (e prodotto) una mutazione genetica sostanziale. Se non cominciamo ad immaginare nuove forme per la democrazia del futuro lasceremo il pallino del gioco in mano ai suoi oppositori e avrà vinto chi ha già cominciato a proporne in qualche modo il suo superamento, utilizzando proprio quelle quattro nuove dimensioni (globalizzazione, primato tecnologico, interconnessione e disintermediazione), come già sta avvenendo, per distorcerne l’immagine e la natura.