Nicola DantiScritto da:

Il progressismo europeo nel mondo che cambia

Pensando all’attuale situazione politica internazionale, mi torna alla mente la battuta di un celebre film:

“Il minimo battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

C’è infatti un filo rosso che lega la vittoria di Trump negli Stati Uniti al successo dei populismi nel continente europeo. Un uragano partito da Londra lo scorso 23 giugno col referendum sulla Brexit e arrivato a Washington, che sembra ora pronto a riflettersi da questa parte dell’Oceano con conseguenze imprevedibili. La vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre è stato un colpo durissimo per noi e per l’Italia, anche nel nostro rapporto con l’Europa. Le dimissioni di Matteo Renzi e la brusca interruzione del percorso di riforme avviato nei 1000 giorni del suo governo rischiano di aprire la strada a uno scenario di grande incertezza.

Tutti questi appuntamenti elettorali sono tenuti insieme da un tratto comune: la possibilità sempre più concreta di vedere prevalere le forze populiste e anti-sistema. In attesa delle elezioni in Francia ed in Germania del prossimo anno l’Europa si trova, insomma, sempre più vicina al bivio col proprio destino. La notte di follia e di sangue che ha toccato Berlino (e prima ancora Ankara e Zurigo) riaprendo la ferita del terrore, non fa altro che spingerci, pericolosamente, ancor più vicino a quel bivio.

Trump e i populisti d’Europa hanno costruito i propri successi elettorali parlando alla classe media post-industriale, alla generazione che ha assistito alla globalizzazione senza riuscire a coglierne i frutti migliori. Sono gli stessi cittadini che hanno trovato nel richiamo anti-establishment e nelle promesse di chiusura dei confini nazionali la risposta più rassicurante alle proprie insicurezze.

In questo quadro, la sinistra americana ed europea non è riuscita ad elaborare una proposta convincente per governare la globalizzazione e ridurne le contraddizioni, lasciando campo aperto a chi semplicemente propone di spostare all’indietro le lancette della Storia.

I democratici di entrambe le sponde dell’Atlantico non sembrano più in grado di difendere quei princìpi di dialogo, libertà e apertura (anche del mercato) che pur tra mille contraddizioni hanno permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà estrema nel corso degli ultimi 25 anni (dal 37,1% al 9,6% della popolazione mondiale).

Eppure, sta a noi e solo a noi dimostrare di poter modellare il mondo globale in un senso più giusto. Ad esempio, lottando per trattati commerciali equi e vantaggiosi per tutti – non rigettandoli tout court – e creando sistemi di welfare che si adattino ai cambiamenti in atto nella società e nel mondo del lavoro. Sta a noi provare a immaginare un nuovo progressismo, una prospettiva opposta ai populismi e ai protezionismi, che abbracci equità, crescita e diritti in una visione positiva che guardi al futuro.

Pensiamo al grande tema della sharing economy (l’economia della condivisione, o economia collaborativa), sul quale sto lavorando in prima persona come relatore per il Parlamento europeo del relativo dossier. Le piattaforme come Uber ed Airbnb non stanno cambiando solo il nostro modo di viaggiare e di utilizzare servizi, ma stanno anche proponendo nuovi modelli di business e nuove forme di lavoro.

Se la generazione dei nostri padri considerava normale mantenere lo stesso lavoro per tutta la vita, già oggi siamo abituati a cambiarne 4 o 5 nell’arco della nostra esistenza. I nostri figli, invece, potrebbero arrivare ad avere 4 o 5 minijob, contemporaneamente, nel corso di tutta la propria vita lavorativa.

Di fronte a tale scenario, cosa può fare la sinistra? Io credo che queste evoluzioni ci impongano un cambio di mentalità altrettanto significativo nel nostro modo di pensare al welfare. Occorre progettare sistemi universali di protezione sociale che garantiscano e ammortizzino la fisiologica fase di transizione tra un lavoro e l’altro. Un’idea ben diversa dall’irrealizzabile reddito di cittadinanza proposto non a caso da forze politiche non intenzionate a governare il cambiamento ma solo a rifiutarlo.

Insomma, il mondo è cambiato. O la sinistra europea se ne rende conto e prova a rinnovarsi – senza inseguire i populisti nel loro campo – oppure va incontro all’estinzione.

Tante volte, da quando sono stato eletto al Parlamento europeo, ho messo in guardia i miei colleghi di altri Paesi sulla necessità di dare una scossa al Partito Socialista Europeo. Troppe volte ci siamo dovuti scontrare con una visione ancora troppo rinchiusa in vecchi schemi ideologici non più adatti (se mai lo sono stati) ad elaborare una proposta credibile per governare il mondo globale.

Ora non c’è davvero più tempo. Se la sinistra europea non riuscirà ad imporre una propria visione per il futuro del continente, rischia di essere spazzata via dalla demagogia della destra e dei movimenti populisti. Ma, con l’affermazione della destra protezionista, a sparire non sarebbe solo la sinistra. Con lei sparirebbe anche una bella fetta del nostro benessere. Già, perché nonostante le storture e le contraddizioni che abbiamo più volte evidenziato noi stessi, la globalizzazione ha permesso alle nostre economie di crescere e prosperare negli ultimi decenni.

Oggi più che mai non possiamo permettere che ciò accada. Nell’attuale quadro internazionale, c’è bisogno di un’Europa che alzi la testa e giochi un ruolo ancor più grande nella difesa dei valori di libertà e democrazia sulla base dei quali la stessa Unione ha messo le proprie radici sessant’anni fa.