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Francesco RossiScritto da:

Quale strada per completare l’Unione economica e monetaria in Europa?

Il 22 giugno 2015 il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker in collaborazione con gli altri quattro presidenti – Donald Tusk (Consiglio europeo), Jeroen Dijsselbloem (Eurogruppo), Mario Draghi (Banca Centrale Europea) e Martin Schulz (Parlamento europeo) – ha presentato un’analisi e un programma sull’Unione economica e monetaria (UEM), il cosiddetto Rapporto dei cinque presidenti.

Questo è stato visto da alcuni come l’ennesimo tentativo di dare una risposta istituzionale alla crisi debitoria che rappresenta un limite per l’euro sul piano mondiale, pur essendo la moneta della più grande economia esportatrice e una moneta credibile dal punto di vista della stabilità dei prezzi. Il documento presentava spinte in senso federalista, seppur deboli e di non immediata applicazione. Frutto di compromessi politici, la relazione non prendeva seriamente in considerazione la questione della mutualizzazione dei debiti.

Ma cosa servirebbe per compiere gli ultimi passi verso una vera unione economica e monetaria? Anzitutto, sfatiamo un pregiudizio. Non è vero che l’euro è insostenibile perché le economie dei paesi che ne fanno parte sono troppo diverse: le differenze ci sono, ma non sono molto più ampie di quelle presenti tra il Nord ed il Sud Italia o tra i vari Lander tedeschi. Il grande problema dell’eurozona è l’insostenibilità dei debiti pubblici che potrà essere risolta, facendo ripartire la crescita, solamente con una soluzione politica che lo mutualizzi o lo cancelli. Dopo il salvataggio di Draghi, che nel luglio 2012 affermò che “la BCE era pronta a tutto per salvare l’euro”, poi rafforzato con il Quantitative easing del 2015, il debito pubblico degli stati nazionali è diventato sostenibile (con la sola eccezione di quello greco). Non è l’ammontare del debito che è quindi diventato insostenibile, ma l’aumento del rapporto debito-PIL a causa della fase di stagnazione in cui si trova l’Europa. I veri problemi dell’eurozona possono essere ricercati nella difficile gestione del debito senza la sovranità nazionale monetaria, che non è accompagnata da interventi fiscali lungimiranti, ma da una politica parametrica che rischia di reprimere ogni accenno di ripresa.

La risoluzione a ciò, in presenza o meno di uno stato federale che vigili sulle condizioni di finanziamento della domanda aggregata, deve passare: attraverso il canale del debito privato, che attualmente non riparte; attraverso una manipolazione del tasso di cambio, riuscita grazie al Quantitative easing, che ha portato un deprezzamento dell’euro, anche se non infinitamente duraturo; oppure attraverso il debito pubblico, anche se ciò rimane fortemente escluso in materia europea nonostante le proposte di un intervento fiscale lungimirante. In aggiunta, appare oggettivo il fatto che un bilancio europeo di soli 135.5 miliardi di euro (2014) – 1% del reddito nazionale lordo – non è sufficiente a sopperire ai costi derivanti dalla perdita del tasso di cambio come strumento di aggiustamento macroeconomico. La speranza di un nuovo slancio in materia fiscale era quindi affidata alla Relazione dei cinque presidenti.

La crisi greca dello scorso anno, che ha raggiunto uno dei suoi massimi apici nei giorni della pubblicazione del documento, ha segnalato la necessità di una maggiore integrazione per riuscire a risolvere la questione debitoria degli stati dell’eurozona; dall’altra parte però ha messo in evidenza la difficoltà di un reale processo di integrazione, minato alla base dalla sfiducia reciproca. Secondo molti, finché i problemi della Grecia restano irrisolti, sarà difficile modificare entro dieci anni la struttura dell’UEM, come prefissato nel Rapporto. Finché tale questione non sarà risolta, è improbabile che ci saranno ulteriori passi verso istituzioni più democratiche con una maggiore condivisione dei rischi.

Manca ancora efficienza nel prendere singole decisioni da parte dell’eurogruppo, come hanno dimostrato i sempre più frequenti incontri bilaterali tra Francia e Germania e la contrapposizione scaturita recentemente dal vertice dei Paesi mediterranei tra Sud e Nord Europa. È necessario riformare profondamente la governance: per farlo bisogna cedere ulteriore sovranità e creare un processo decisionale staccato dalla volontà e dagli interessi dei singoli stati membri. Nonostante la mancanza di una spinta propulsiva e i lenti risultati visibili in questo anno occorre però sottolineare che alcuni punti toccati dalla relazione appaiono cruciali: l’UE oggi ha assolutamente bisogno di andare a inserire sistemi democratici là dove le istituzioni sono nate come rapida misura di risposta alla crisi. Problemi occupazionali e sociali devono costituire una priorità nell’agenda politica europea in quanto cause di disuguaglianza ed esclusione sociale, che vanno a minare i rapporti tra Stati i quali a loro volta costituiscono la base per il futuro di un’Unione economica e monetaria solida e sempre più integrata.